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Nella Washington degli anni ’80 alcuni fattorini di Domino’s e giornalisti locali notano una coincidenza inquietante: ogni volta che sta per succedere qualcosa di grosso – l’invasione di Grenada, quella di Panama, la vigilia della Guerra del Golfo – le pizzerie nei dintorni del Pentagono, della Casa Bianca e della CIA iniziano a sfornare pizze tutta la notte, con ordini che raddoppiano o triplicano rispetto al normale. È il seme di quella che diventerà la “Pentagon Pizza Theory”: se al Pentagono si lavora fino a tardi, qualcuno deve pur portare da mangiare – e il flusso di cartoni di pizza, visto dall’esterno, diventa una specie di sismografo delle crisi. È qui che entra in gioco l’OSINT, l’intelligence da fonti aperte: non si spiano linee telefoniche, si osservano i piccoli segni involontari lasciati dal sistema – luci accese fino a tardi, parcheggi pieni, mappe che dicono “più affollato del solito”, e sì, anche le pizze. Il “Pizza Index” diventa un case study perfetto: da un lato dimostra quanto si possa inferire dai dati pubblici più banali; dall’altro mostra tutti i suoi limiti, perché è una correlazione fragile, piena di bias, facile da falsare e impossibile da usare da sola come prova.
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